Uno dei racconti

Orio (Le linee immaginarie)

(Le linee immaginarie)
Il nome Orio ricorda Orione, la grande costellazione della fascia equatoriale celeste, comprendente alcune stelle molto brillanti: Betelgeuse, Rigel, Bellatrix, M42, M43, M78.
Nelle notti invernali più serene, soprattutto a ridosso della primavera, è possibile osservare questo corpo celeste. Appare come un disegno di astri dal bagliore bianco e costante, circondati da aure sottili, azzurre e indaco, con appena accennate venature rossastre, che si staccano dal buio profondo del cielo verso sud.
Nel settore centrale della costellazione, chiamato Cintura di Orione, un gruppo di stelle, unite da linee immaginarie, tratteggia la figura del cacciatore. Fra queste si distingue, visibile anche a occhio nudo, una nebulosa diffusa di idrogeno: la Nebulosa di Orione. È un luogo di nascita stellare, il cantiere dove nuove stelle prendono forma e nascono.
Luce, tutti abbiamo a che fare con la luce. Anche i ciechi: l’annusano, la ascoltano, la gustano, la toccano, la immaginano. Orio si comporta come un cieco istintivamente, con un segno particolare in più: sa guardare.
C’è una relazione unica tra Orio e la luce, un legame che ha radici profonde e che si è sviluppato attraverso l’arte della fotografia. È un vincolo primordiale che prende forma quando le idee, concepite nella mente del fotografo, trovano espressione: uno sguardo concentrato attraverso il mirino, mentre l’altro occhio si chiude verso l’intimità del proprio mondo interiore.
Queste visioni si trasformano sulla sensibile emulsione di alogenuri d’argento stesa sulla pellicola, quel nastro di plastica fotosensibile che abitava ogni macchina analogica, modellate con niente più che la delicata, ma ferma, pressione dell’indice della mano destra.
Il processo fotografico analogico è intriso di poesia e significato. È come se il gesto del fotografo amalgamasse pensieri e sentimenti con l’immagine impressa sul supporto materiale, come un’impastatrice che lega lievito e farina fino a fare pane. Tuttavia, il risultato resta in stato latente, in attesa che Orio compia la rivelazione, atto che, in un certo senso, conserva un’aura di sacro. L’immagine, a quel punto, è il negativo dell’istante catturato attraverso il mirino della fotocamera.
L’ultima fase si decanta in una sublimazione, un futuro proiettato all’indietro nel tempo fotografico, in cui l’immagine su pellicola si rovescia specularmente attraverso le sequenze di sviluppo, fissaggio e lavaggio, fino a posarsi sulla carta. Adesso l’idea è materia e la materia è idea: vivono insieme in un rapporto continuamente rimescolato, nonostante l’ovvia fissità della fotografia e l’inarrestabile fluttuare del pensiero, un rapporto come quello tra il buio e l’essenza del fotografo, sempre in cerca dello scatto capace di rimuovere, anche solo per un centoventicinquesimo di secondo, briciole d’ombra. Mettendo alla luce, appunto, sezioni e stratificazioni che non appartengono soltanto all’oggettività del fotografare, ma anche, e in forma più segreta, alla natura interiore del fotografo.
La lettera che Orio inseguiva da tre ore fuggiva come un animale selvatico: si lasciava intravedere, ma non catturare. Ogni frase si allungava come un’esposizione fotografica in una stanza dove la luce aveva deciso di sparire.
La penna stilografica era una birichina. Bolle d’inchiostro blu di Prussia si aprivano in silenzio, come piccoli universi che implodono, lasciando minuscoli astri sul foglio bianco.
Sul foglio, ciò che mancava si manifestava come un’assenza visibile: le frasi si componevano nella mente, ma non riuscivano a prendere forma leggibile, simili alle linee immaginarie che uniscono Orione, tracciate nel buio tra stelle che non si toccano mai. La penna in breve tempo sarebbe volata, attraversando lo spazio, senza indugi, senza ripensamenti, lontano dal foglio, lontano dalla mano di Orio, lontano dal suo ostinato desiderio di scrivere qualcosa che non sapeva scrivere.
In certi pomeriggi fermi, mentre sedeva solenne presso il tavolo accanto al calore del caminetto nell’osteria di Poffabro, qualcosa lo visitava: le voci delle ragazze friulane di un’epoca sepolta, risate e canti intonati con la cadenza inconfondibile del borgo. Tentava appena di trattenerle, un richiamo struggente che lo spingeva ad ordinare un altro calice di bianco oppure un caffè, un dolce sapore del tempo che non c’è più.
Un lieve rumore metallico si insinuò tra il tintinnare dei bicchieri e il rimescolio invisibile delle nostalgie. Per un attimo, Orio credette che fosse la penna a essersi mossa da sola.
Fiocco, il cane dell’ostessa, annusò con cautela una stilografica arrivata dal cielo. Dopo un rapido esame olfattivo, concluse che non era commestibile e riprese i suoi percorsi abituali, tracciando sul pavimento la sua personale Via Lattea, fatta di odori invece che di stelle.
Non era uno di quei cani indemoniati che rovistano nella terra, fiutano odori con il naso spiaccicato al suolo, sbavando a destra e a manca, sotterrano e dissotterrano resti maleodoranti, annusano sederi di altri cani, ululano al suono delle campane, e alla fine crollano come carcasse inanimate sul pantano che asciuga lentamente col loro stesso calore. No, Fiocco era un cane con un senso delle priorità. Sapeva distinguere un momento qualunque da un momento che meritava di essere fiutato fino in fondo.
Orio intanto sorrideva alle strane fermentazioni che il foglio gli restituiva. Forse sorrideva alla lettera che si propagava, senza inchiostro, nella sua immaginazione, come una fantasia oltre la nebbia.
«Ese ancjamò impiàda la màchina dàl café?», chiese Orio.
In certe stanche serate nell’osteria, alcune lampadine venivano spente, trasformate in una sorta di orologio: questo gesto furtivo, come una comunicazione tramite i lampadari, avvisava gli ultimi, attardati avventori dell’avvicinarsi della chiusura del locale.
Da dietro il banco di mescita inseguivo impaziente, a quelle ore, pensieri crudeli: auguravo di cuore mali insanabili, infortuni di montagna, tradimenti di mogli, scoperti di banca e improvvisi attacchi di sobrietà.
Quell’apparente malvagità era, nel fondo del bicchiere, del tutto benigna. Era solo uno sfogo, infantile e del tutto innocuo, prova ne sia che, al momento della chiusura dell’osteria, mia madre l’ostessa, che collaborava con me nella gestione del locale, offriva sempre il bicchiere della staffa, come una sorta di ringraziamento rivolto ai bianchisti, che decidevano di ritornare alle loro dimore, concedendoci il meritato riposo.
Bianchisti: specie diffusa nelle osterie di pianura e di montagna. Si nutrono esclusivamente di calici di vino bianco, Tocai, in quantità non determinabile con esattezza. Compiono pellegrinaggi da un luogo di mescita all’altro seguendo rotte note solo a loro. Sono classificati in due sottospecie: la varietà chiacchierona, riconoscibile dal volume della voce inversamente proporzionale alla lucidità, e la varietà silenziosa, murata in un silenzio che nessuna sbronza riesce a scalfire. Entrambe le sottospecie cadono con frequenza in preda all’ubriachezza. Il fenomeno è considerato normale.
Orio non era un bianchista. Poteva rimanere tranquillamente anche dopo l’orario di chiusura, tant’era di casa, ma il suo garbo gli suggeriva di non approfittare della nostra disponibilità, diventata nel tempo amicizia. La sua richiesta di un caffè era una risposta ai segnali delle lampadine: aveva colto, con la discrezione di sempre, il desiderio che saliva da dietro il banco, forte e inequivocabile, di chiudere la baracca e gettare il corpo sotto le coperte.
Preparai il caffè con la precisione e l’entusiasmo che si hanno solo a ridosso della chiusura: vale a dire, senza guardare la dose, senza aspettare che la macchina fosse alla temperatura giusta, senza pulire il filtro dal caffè precedente, con il solo obiettivo di produrre un liquido caldo e scuro che assomigliasse vagamente a ciò che di giorno si serviva con orgoglio. Il risultato fu una bevanda di carattere deciso, quasi una dichiarazione di intenti, che avrebbe tenuto sveglio un bue.
Orio, nel frattempo, piegava con cura la lettera, sorridendo, con la concentrazione solenne di chi ha appena firmato un trattato di pace. La piegò in tre, poi ripensò, la riaprì, la ripiegò in quattro, la lisciò con il palmo della mano come se volesse stirarla, e infine la infilò in tasca con un gesto secco e definitivo, come chi mette la parola fine a una questione che non ha ancora cominciato.
Gli altri avventori stavano già barcollando sulle scale dell’ingresso e, aggrappandosi malamente, lasciavano impresse sul muro le loro impronte digitali. Non diversamente dagli uomini preistorici della Cueva de las Manos, in Patagonia, che diecimila anni fa premevano le palme sulla roccia e soffiavano pigmenti colorati per fissare la propria presenza nel mondo, anche i bianchisti di Poffabro lasciavano il loro segno: la parete era una pagina segnata da scarabocchi fatti con le mani, appena percettibili e decifrabili a stento solo da chi ne conosce il gergo segreto. Il risultato visibile di una lingua impura, costruita giorno dopo giorno, notte dopo notte, sbornia dopo sbornia con certosina applicazione e zelante dedizione. Due comunità di simili, separate da diecimila anni, unite dallo stesso gesto antico: dire al muro, e al mondo, che erano passati di lì.
Il portone venne chiuso con un colpo deciso e mia madre, l’ostessa, dopo aver rivolto un breve saluto affettuoso a me e ad Orio, salì le scale verso l’appartamento sopra l’osteria, finestre aperte sulla Val Meduna, per il meritato sonno.
A Poffabro il silenzio aveva il peso specifico della pietra. Ci si muoveva dentro con cautela, come in una stanza dove qualcuno dorme da secoli.
Nel locale rimanemmo noi due. Era come se avessimo pensato la stessa cosa, senza esserne consapevoli. Orio sorbiva il caffè appoggiato al bancone, tenendo la tazzina con entrambe le mani, come si fa per riscaldarsi. I suoi sorsi erano piccoli, misurati, come i tempi di esposizione di una fotografia al buio: troppa fretta e l’immagine si perde, troppa attesa e si brucia.
«Sono più di vent’anni che vengo quassù…» disse Orio, guardando oltre la tazzina ormai dimenticata. «E ogni volta non riesco a fare a meno di guardare la latteria… sempre quel portone sbarrato… ogni volta mi provoca una tale tristezza… dobbiamo mettere in moto il cervello e pensare a qualche cosa per… qualcosa che ci permetta di riaprirla… anche solo per un po’ di tempo… nessuno ci farà più il formaggio, né il burro, né la ricotta, ovviamente… chissà in che stato sono i macchinari?!»
«Ci sei mai entrato?» chiesi. Era una domanda che conteneva già la risposta e la risposta conteneva già la cantina e la cantina conteneva già la bottiglia. Scesi senza attendere, con la naturalezza di chi esegue disposizioni ricevute da un ufficio che non esiste, ma che non ha mai sbagliato un ordine di servizio. Tornai poco dopo con una bottiglia speciale: Ronco dei Roseti dell’88, un uvaggio bordolese con l’aggiunta d’alcune varietà della zona di Rosazzo, passato in barrique.
Gli feci segno di lasciare perdere il caffè e di andare alla vetrina della sala da pranzo a prendere due bicchieri grandi, di quelli che non hanno paura del vino.
Brindammo in silenzio. Il vino era una squisitezza, un paradiso di sapori che si apriva per strati: prima il sottobosco umido d’autunno, poi il cuoio delle vecchie selle da montagna, e in fondo una punta di cacao amaro che restava lì come un segreto che il palato non vuole confessare alla gola. Ci lasciammo trasportare dal gusto del vino, che sembrava muoversi sul palato come un danzatore derviscio.
Un altro bicchiere, sorseggiato con ponderazione, e uno scambio di espressioni estasiate e consapevoli.
«Vado a prendere il giubbotto… aspettami un momento.»
Rimasto solo nell’osteria, Orio si versò un ulteriore bicchiere, per completare un assaggio che non voleva saperne di finire. Secondo il Regolamento Interno dei Bicchieri Versati in Assenza dell’Oste, l’atto era perfettamente lecito, purché il bevitore mantenesse un’espressione di moderata gratitudine e non superasse il livello che l’oste stesso avrebbe giudicato equo. Orio rispettava entrambe le clausole.
In cucina riassestai qualche mestolo, controllai con cura lo stato di pulizia della Berkel, rossa come la luce lontana di Orione, poi presi la giacca a vento e la indossai. Mi guardai attorno con quell’occhio misto di mestiere e distrazione, pensando alla latteria e, al tempo stesso, spiando Orio.
Non mi decidevo ancora a ritornare nell’osteria. Attraverso il vetro smerigliato della porta che separava il bar dalla cucina, dove ancora mi trovavo, intravedevo la figura un po’ pesante di Orio, intento a sorseggiare il vino con delicati schiocchi del palato. Era avvolto nel suo impermeabile chiaro e indossava il Borsalino, che non si toglieva mai, nemmeno al chiuso, nemmeno da solo, come certi funzionari che non smettono mai di essere in servizio.
«Orio, versa ancora un paio di bicchieri… se non te lo sei già scolato tutto… dopo ti porto dentro la tristezza… in latteria… conosco un ingresso particolare… non proprio lecito, ma…»
Rientrai nell’osteria, dove una lampadina da venti candele diffondeva un tenue barlume che dilatava la sensazione di calore e di calma contenuta nel locale, come se le pareti stessero trattenendo il fiato per non disturbare. Nel caminetto si consumavano lentamente le braci, che intiepidivano l’ambiente, profumandolo di resine affumicate, corteccia e mattone, e di qualcosa d’altro che non aveva nome, forse il ricordo stesso del fuoco che c’era stato prima di questo fuoco, e prima ancora. Ogni oggetto nella penombra sembrava leggermente più vecchio di quanto fosse in realtà, come se la luce delle braci aggiungesse secoli alle cose invece di illuminarle. Quelle luci mi ricordavano i borghi inchiodati sulle pendici dei monti, osservati di notte, da molto lontano, quando non si capisce più se quello che si vede è una finestra accesa o un ricordo che brucia.
Ci sono presenze che sembrano esserci sempre state, uguali a sé stesse, fuori dal tempo: la luna che scompare dietro la montagna, il bisbiglio del torrente Colvera, il movimento lento delle lingue di fuoco negli incendi estivi, di notte. Orio, a volte, faceva tuonare le parole come uno scroscio di pioggia d’inizio primavera e, quando l’ascoltatore sapeva seguirlo nei suoi labirinti e paesaggi non catalogabili, in luoghi imprendibili e indicibili, quell’acquazzone verbale faceva germogliare tutto il pensato e il pensabile, il reale e il fantastico.
«Portami dentro la latteria… sento che là c’è qualcosa… voglio essere sicuro di non perdermelo…» disse, calcandosi il cappello sulla grossa testa, come chi chiude il diaframma prima di uno scatto al buio.
Uscimmo dal retrobottega, varcando un pesante portone verniciato di un brutto colore senza nome, uno di quei colori che nascono quando si mescolano gli avanzi di tre o quattro barattoli con la speranza che ne esca qualcosa di accettabile, e non ne esce mai. Un piccolo giardino incolto divideva l’osteria dal massiccio edificio della latteria, e nell’attraversarlo ci sembrò di passare una frontiera: da una parte il mondo dei vivi, del vino, del caminetto che si spegne, dall’altra qualcosa di chiuso e paziente che aspettava da vent’anni.
Scivolavamo cauti e silenziosi lungo il muro, con l’andatura colpevole di chi sa di stare per fare qualcosa che domattina negherà di aver fatto. Fiocco, riconoscendoci, ci seguì annusando l’aria con la concentrazione di chi sa che sta per accadere qualcosa di interessante, e non ha nessuna intenzione di perdersi la parte migliore.
Procedevo a tentoni, come cieco in luoghi che non mi appartenevano. Era proprio così: quei muri non erano parte del mio mondo, li avevo conosciuti da adulto. Non avevo fatto in tempo ad appropriarmene in modo spontaneo, con lo sguardo di bimbo che vede ogni cosa, dapprima con meraviglia e poi la trasforma, lentamente, in un’abitudine.
Il guaio di Poffabro è che non ti lascia in pace. Le montagne, le case, le facce dei valligiani, perfino l’odore della legna tagliata, tutto si mescolava a ricordi che non erano miei ma che sentivo miei, come se l’infanzia che non avevo vissuto qui avesse deciso di farmela vivere lo stesso, tutta insieme, fuori ordine, con la prepotenza di un creditore. E alla fine non sapevo più se un pensiero era mio o del borgo, se un sentimento veniva da dentro o dalle pietre.
Per questo scandaglio la realtà, da sempre, e continuo a farlo: vado a caccia di cose e di luoghi che funzionino come segnalibri dimenticati tra le pagine del mio racconto personale. A volte ci riesco, grazie a un’inezia: un bagliore, un semplice bottone di rame trovato in un cassetto sbagliato, un profumo vagamente percepito che non so da quale stanza venga, da quale anno. Allora per un istante il racconto si riapre, la pagina è lì, posso leggerla, riconosco perfino la calligrafia. Ma dura poco. Appena metto piede nell’intreccio, qualcosa mi respinge, come una porta che si richiude con la precisione di un meccanismo progettato da qualcuno che non vuole essere disturbato. In pochi istanti sono fuori, e mi resta addosso soltanto l’odore di quelle pagine, un odore di carta vecchia e di latte versato, che non è ancora nostalgia ma non è più memoria.
Arrivammo fino al portone a due battenti sul retro della latteria. Sul legno scrostato, ancora tenuti da puntine arrugginite, resistevano fogli ingialliti: intestazioni a caratteri ormai fuori moda, elenchi di pesi, clienti, fornitori, prezzi. Un’intera economia compressa in pochi fogli che nessuno avrebbe mai più letto, e che tuttavia restavano lì, come funzionari di un ufficio abolito che non hanno ricevuto la comunicazione di chiusura e continuano a timbrare il cartellino ogni mattina.
Li leggemmo in silenzio. Non eravamo ladri, ma non eravamo nemmeno innocenti.
Sapevo come entrare: avevo visto i ragazzini del paese forzare quella serratura più volte. Undici o dodici anni, sempre in cerca di porte da forzare, nella speranza di raccattare qualcosa d’importante, impossessarsene o distruggerla. A Poffabro nessuna serratura era un mistero, soprattutto quelle arrugginite delle vecchie costruzioni, che sembravano cedere più per noia che per forza.
Infilai due dita nella fessura giusta e spostai il chiavistello interno. Il battente destro si mosse con un cigolio breve, come se ci avesse riconosciuti. O come se ci stesse avvertendo.
L’odore ci investì subito.
Non bussò, non si annunciò: era già dentro le narici prima che il cervello potesse decidere se volesse ricordare o dimenticare.
Lì, nella latteria, il dolce del latte e dei suoi derivati era messo alla prova dal tempo e dalle muffe, dai topi e dagli altri roditori, da insetti e aracnidi. Ognuno aveva il suo odore, preciso e inconfondibile, e l’insieme faceva un’aria densa che non se ne va più, un archivio olfattivo di vent’anni di abbandono, catalogato con la precisione involontaria del degrado.
Come quelle sfere di vetro con le chiesette dentro che, capovolte, lasciano cadere una neve fine nell’acqua, così la latteria sembrava rovesciata: gli odori si alzavano in vortice e poi si posavano su tutto come neve fradicia.
Povero Fiocco, investito da quell’aria densa soffiava e starnutiva rumorosamente. Orio lo richiamò al silenzio, ma il suo naso potente non aveva alcuna intenzione di collaborare. Solo dopo qualche minuto il cane si adattò alla miscela del posto, e tirammo il fiato.
Facemmo pochi passi, con cautela. Gli occhi si abituarono alla semioscurità. Eravamo in cima a una larga scala, dentro un androne ampio. Davanti a noi, in controluce, tre finestroni alti, sbarrati da inferriate la cui ruggine pareva un merletto arancione.
Scendemmo spingendoci come due bambini che fingono di non avere paura, seguiti da Fiocco che scodinzolava come se conoscesse una storia segreta su quel posto.
Calpestammo cocci di vetro di finestre colpite da sassate. Sotto le suole ogni frammento aveva la sua voce, acuta o grave, come le bottiglie vuote che si toccano nel fondo di una cesta dopo una cena lunga. Il rumore cristallino si diffuse nell’androne, rimbalzò tra le pareti, si moltiplicò. Per un attimo parve il suono di un brindisi lontano, come se da qualche parte, in un tempo parallelo, la latteria fosse ancora viva e la gente alzasse i bicchieri.
Ci fermammo ad ascoltare le nostre imprecazioni rincorrersi da un muro all’altro, rimbalzando come animali chiusi in uno spazio troppo grande per loro.
Il silenzio tornava a prendersi il suo spazio, con lentezza, come una sostanza che si deposita: si appoggiava ai pavimenti, risaliva lungo i muri, si infilava tra gli attrezzi polverosi.
Orio riprese a camminare. Si muoveva in quel vago crepuscolo come se vedesse perfettamente; pareva conoscere la strada, ma era l’istinto del rabdomante a guidarlo.
Alla fine della gradinata ci trovammo nella sala della caldaia: un’enorme pentola di rame del diametro di circa quattro metri, con un grosso paiolo agganciato al bordo. Il rame, ossidato da vent’anni di umidità e abbandono, aveva assunto un verde cupo e malato, il colore di chi ha aspettato troppo a lungo. Intorno, macchinari dall’aspetto incomprensibile: leve, ingranaggi, manopole che non giravano più, tubi che non portavano più nulla da nessuna parte. Sembravano gli organi interni di un animale enorme, ancora al loro posto ma svuotati di funzione, come il corpo di un orologio di cui si è persa la chiave di carica. Una lunga fila di scaffali in legno conservava le impronte rotonde lasciate dalle forme di formaggio, cerchi perfetti impressi nel legno come i segni lasciati dai bicchieri su un tavolo dopo una festa di cui non si ricordi l’inizio. Dai finestroni si vedeva la piazza del paese, non c’era anima viva.
Là dentro, le parole erano superflue. La comprensione viaggiava nei gesti, negli sguardi, in brevi sibili d’approvazione soffiati tra i denti serrati, quasi un codice da malfattori navigati.
Orio stava caricando l’immaginazione come una macchina fotografica a pellicola: divorava con tutti i sensi ogni dettaglio, l’intonaco macchiato dei muri, le impronte rotonde sulle assi, i resti di carte oleate per avvolgere i pani di burro, i riflessi sulle boccette del caglio, l’odore di ferro, di rame, di stantio.
Forse, in quel momento, eravamo sorvegliati dall’Ufficio per la Conservazione delle Sensazioni Inutili, un reparto oscuro che si limita a registrare, senza commentare, i brividi, le esitazioni e i turbamenti che non serviranno mai a nulla, se non a riempire certi ricordi con una luce che non scolorisce.
I pensieri di Orio stavano per diventare un rumore. E lo diventarono.
Spalancò il portone principale con una spallata che nessuno gli aveva chiesto, e la piazza entrò nella latteria tutta insieme: luce, aria fredda, il riverbero dei lampioni, il silenzio diverso degli spazi aperti. Fu come aprire la bocca di un animale fossile e trovarci dentro il fiato ancora caldo.
La luce dei lampioni svelava milioni di particelle di polvere: una galassia, anzi di più. Era polvere di decenni, abbandonata nella latteria al proprio destino, tenace come una ruggine d’aria. Dell’uomo non teme nulla. Non la puoi spazzare, non la puoi lavare, non la puoi cacciare: la sposti da una parte e lei si risiede dall’altra, con la pazienza inesauribile di chi sa che alla fine ogni stanza le appartiene. Minuscole luminescenze solide fluttuavano e si posavano sul volto estasiato di Orio, imprimendovi una traccia quasi impercettibile, come se la latteria stessa lo stesse riconoscendo e gli apponesse il suo timbro.
«Si può amare un paese, un luogo, quanto una persona,» disse, «se meravigliosamente persona o luogo entrano con te in sintonia… non è possibile dimenticare la luce d’uno sguardo o la naturale bellezza di un luogo che ti hanno attratto, perché proprio quella luce, quella bellezza cercavi… la sola guida deve essere l’istinto: allora ogni incontro eccezionale sarà anche una vera scoperta.»
Parlava e guardava. Si voltò verso l’interno della latteria, continuando ad annusare, frugando dentro le tasche dell’impermeabile. Ne tirò fuori una sigaretta e l’accese. La fiamma del cerino gli illuminò il viso dal basso, e per un istante i suoi lineamenti sembrarono quelli di un altro uomo, più antico, scolpito dalla luce come una pietra della valle.
Il silenzio tornò, e durò quanto il tempo d’una fiammata di cerino.
«Dobbiamo ridare vita alla latteria, anche per una sola estate… non mi dire che a Poffabro non ci sono più mucche da latte… non sarà il formaggio a riprendere vita, sarà la materia con cui è costruita Poffabro a mostrare la sua vita intima… la pietra, fredda come una notte d’inverno trascorsa a fotografare il buio delle scale e dei ballatoi nelle case… case di pietra, lo sai bene anche tu di che cosa è fatta Poffabro… sì, fatta, al femminile, perché Poffabro per me è una donna… e come tutte le donne che contano davvero non si lascia possedere, si lascia solo attraversare… adesso, sì, proprio adesso, in questo preciso istante, sono inghiottito dal mirino, dalla pellicola, nel cuore, nel fegato di Poffabro… tu sai che non posso fare a meno dei miei simili… la materia, la pietra che ridarà vita alla latteria, come un’estate di San Martino… sarà quella che io rappresento con le immagini e quella che il nostro amico Yglix rappresenta con la pietra… e che io ritraggo mentre lui la lavora, la scolpisce… la morde con quegli attrezzi di metallo che sembrano macchine di tortura.»
Non esiste gradino, di pietra o di legno, che Orio non abbia percorso. Non esiste bicchiere da osteria dove non ci sia il ricordo delle sue labbra, non esiste colore, anche una sola sfumatura di colore tra i miliardi che la valle offre gratuitamente ad ogni istante, che Orio non abbia tradotto nel bianco e nero dei suoi occhi.
L’interno della latteria, ultima zona interdetta alla sua vista, si rivelò in quell’istante: non un vuoto, ma una paziente custodia di ciò che era stato, come se le pareti avessero deciso di serbare, al riparo dalla luce, l’eco dei gesti e dei respiri che un tempo l’avevano abitata. Una dimensione rimasta per vent’anni nella notte di portoni serrati, nelle fantasie nebulose dei ragazzi e nei ricordi stinti dei vecchi, e che adesso, senza preavviso, accettava di farsi guardare.
Mi aspettavo una sorpresa, ma non avrei mai potuto immaginare la vertigine progettuale che Orio stava mettendo in moto. Mi accompagnava dentro i suoi pensieri con la voce roca e calda, come quella di certi cantanti jazz degli anni Cinquanta.
Pensava a voce alta, come sempre nei momenti in cui qualcosa lo avvolgeva del tutto. Non progettava: traboccava. Le immagini gli uscivano dalla bocca già formate, calde, come il latte appena munto che sale fino all’orlo del secchio e nessuno riesce a fermarlo in tempo.
Le sue parole rimbalzavano sulle pareti del caseificio decaduto, si moltiplicavano, si infrangevano come schiuma di latte nei bollitori. Le vocali, in particolare, esplodevano come fucilate, mescolandosi al sussurro sordo delle notti d’inizio primavera e rendendo ancor più insopportabile il ronzio del silenzio dentro alle orecchie.
«Attraverso Poffabro e intuisco delle presenze… forse sono io stesso che mi avverto, divento stranamente consapevole del mio corpo, della mia camminata, del Tocai che scorre tiepido dentro le mie vene bollenti… presenze… sono presenze che mi riguardano e che riguardano Poffabro, l’intera Val Colvera… non hanno nome… no, non trovo parole che possano significarle… lo sai, so dare loro un’ombra, una rifrazione della luce contro un corpo… pellicola, migliaia di metri di pellicola, come un infinito cavo di ferro della teleferica… come un’incertezza che perfora la valle e la mia vista sulla valle… nella valle… mi salva la carta per stampare… mi riporta taumaturgicamente alle cose che posso vedere, ai sentimenti più semplici… all’inquietudine!»
Restai per alcuni eterni minuti in uno stato di ipnosi. Mi concentravo, senza volerlo, su particolari secondari (ma sono veramente secondari?): le scarpe di crosta di cuoio di Orio, già bell’e vissute, con lacci sfilacciati e tracce di fango secco. Nel continuo strascicare dei suoi piedi mentre parlava e la leggera nuvola di polvere impalpabile sollevata da quello stesso movimento, Orio fece una pausa.
E allora, nel vuoto lasciato dalle sue parole, si infilò il fresco suono della fontana della piazza.
Sbirciai l’orologio, non tanto per sapere l’ora, quanto per valutare l’effetto di una visita a quell’ora. Ma Yglix e Giorgio non erano il tipo di persone che si offendono se li svegli nel cuore della notte. Erano il tipo che si offende se non lo fai.
«Orio, che ne dici di andare ad offrire una bottiglia di Pignolo a Yglix?» proposi.
Si mosse verso il retro dell’osteria con una decisione che mi sorprese. Conosceva quei passaggi meglio di me.
«Metti in moto la macchina, prendo io le bottiglie… bastano tre?»
«Va bene… incarta anche un po’ di quella ricotta affumicata, la trovi in cucina… nel frigorifero.»
Lo sentii trafficare con la serratura, farfugliando qualcosa d’incomprensibile, come il muggito lontano di una mandria invisibile di mufloni. Poi, mentre stavo per girare la chiave d’accensione, due parole si staccarono nette dal resto:
«Presenze Arcane!»
Le gridò come se annunciasse uno spettacolo improvviso, un’apparizione nel mezzo della notte.
Il lamento del motorino d’avviamento si mescolò alla mia risata, e per un istante ebbi la sensazione che quella frase non fosse solo un’uscita bizzarra, ma un segnale, un avvertimento o una promessa.
Ci sono notti speciali, ogni tanto ci si finisce dentro. Sono soglie sottili: uniscono l’inverno, che si trascina ghiacciato e stanco, alla primavera, con il suo passo lieve e indulgente. In quelle ore sembra di essere al termine di una malattia lunga, non gravissima, ma abbastanza seria da lasciare traccia. Allora affiora una soddisfazione tenue, quasi ingiustificata. Viene dall’inverno che allenta la presa o dal primo respiro della primavera? Forse da entrambi, in quell’equilibrio provvisorio che dura il tempo di un’ora cieca.
Orio si infilò in macchina con un certo sforzo, cercando di sistemare la cesta con bottiglie e cibarie. La macchina, evidentemente, non era stata progettata per contenere Orio e le sue ambizioni gastronomiche nello stesso momento.
«Presenze Arcane!» ululò ancora, con un tono che non si capiva se fosse invocazione, scherzo o dichiarazione solenne.
Lo guardai come si guarda lo specchio la mattina dopo una sbronza: con un misto di sorpresa, indulgenza e un filo di timore per ciò che potrebbe riflettere.
Diedi una rapida occhiata al contenuto della cesta, istinto da tirchio, lo ammetto, e capii subito che Orio aveva saccheggiato la cucina con la competenza silenziosa di chi ha fatto razzia in altre vite. Era molto più di ricotta affumicata e Pignolo. Straripava della grazia di Dio e di qualche santo minore specializzato in banchetti improvvisati, quei santi che non compaiono in nessun calendario ufficiale ma che il Vaticano, secondo fonti non verificabili, tiene in un registro separato, consultabile solo da osti, cuochi e madri di famiglia numerosa.
Quando alzai la frizione, le bottiglie tintinnarono come un’orchestra che si accorda: Picolit, Cabernet Sauvignon Collio, Vin Santo, uvaggi rari e capricciosi, come noi. Ogni bottiglia aveva il suo carattere e la sua pretesa, e insieme componevano un programma di sala che avrebbe fatto impallidire certi ristoranti dove il vino costa più del mutuo e sa di meno.
Per fortuna i vetri erano protetti da un manipolo di salami casalinghi, soldati fedeli e profumati, rotoli di petto d’oca affumicato che lucevano nel buio come lingotti, pezzi generosi di formaggio stagionato e fresco, ricotte alle erbe di montagna che odoravano già di prato e di rugiada, porzioni di polenta strappate a mano con la decisione che merita un gesto sacro. Un inventario che l’Ufficio per la Catalogazione dei Banchetti Notturni avrebbe classificato come «eccedente ogni ragionevole necessità», appuntando in calce, a matita, «si consiglia la ripetizione».
Sorrisi. Ho sempre amato far godere le papille e le pupille di chiunque: amici, conoscenti, clienti, passanti, colleghi, stranieri, perfino nemici. A stomaco pieno, la guerra diventa un sonno pomeridiano.
«Roberto,» disse Orio con tono da comunicazioni importanti, «stanotte finisce l’inverno… non parlo di meteorologia… un rinascimento, una primavera, una viarte… che deve portare con sé la memoria del freddo, del silenzio, della meditazione forzata… ho attraversato, qualche anno fa, il torrente Colvera… sotto il borgo Le Fornasatte, il ghiaccio imprigionava steli d’erba… sai che cosa sono capace di fare per scattare una foto! Mi sono levato le scarpe per avvicinarmi meglio a quel ghiaccio… non volevo romperlo, né sporcarlo… i fili erano ancora verdi, un verde fossile… Presenze Arcane!… Dovunque nel mio percorso, sempre nei miei istanti… Presenze Arcane!… non ci resta che concretizzarle, renderle di pietra… statue di pietra!… Yglix è la nostra Gorgone Medusa, vedere la sua testa è l’ultima cosa che possono fare le Presenze Arcane… poi pietra! Roberto io mi difendo con il filtro dell’obiettivo… ah, ah, ah!»
Guidavo con un piacere disteso, senza scatti: quelli li faceva Orio, voltandosi verso il buio, come se da un momento all’altro dovesse emergere qualcosa oltre il ciglio della strada. Con lui non si sapeva mai se cercava un animale, un ricordo o la prossima fotografia, e probabilmente nemmeno lui lo sapeva, e probabilmente era la stessa cosa.
La casa-laboratorio di Yglix si trovava a Valdestali. Un borgo di bellezza estrema e selvatica, l’unico della Val Colvera da cui è possibile vedere, avendo la sensazione di trovarsi al bordo di una voragine, la piana tra Maniago e Fanna.
Gli ultimi metri li percorremmo a fari spenti nel silenzio odoroso di formaggio e salumi. La macchina avanzava come un animale che conosce la strada a memoria e non ha bisogno degli occhi. Valdestali ci venne incontro nel buio, una manciata di case strette le une alle altre come chi si scalda a vicenda senza bisogno di parlarne.
La casa era immersa nell’ombra, e tutt’intorno si indovinavano le sagome immobili delle altre costruzioni, mentre la vegetazione, più vicina, si muoveva lenta, come respirando. L’aria aveva cambiato sapore: non più il latte e la polvere della latteria, ma pietra bagnata, muschio, legna accatastata da mesi che ha già dimenticato di essere stata un albero.
Sopra le nostre teste si innalzava lo spazio siderale, e il suo ronzio si confondeva con quello dei nostri pensieri.
Appoggiai leggermente la mano destra sulla spalla di Orio, con estrema cautela. Come quando sfiori un dormiente che vorresti svegliare e, subito dopo, ti trattieni. Temevo di interrompere un sogno magnifico e di ricondurlo a una realtà concreta, poco avvezza ai sogni.
Mi sbagliavo. Orio non aveva bisogno di simili riguardi. Per lui la soglia tra sogno e veglia ha consistenza: è materia, ed è insieme sentimento della materia. Una simbiosi esatta per la sua vita e per la sua poetica fotografica.
«È arrivato lo spuntino!»
Nel momento in cui Orio pronunciò la frase, mi accorsi della presenza di legioni di grilli attratti dalla speranza di primavera. Me ne accorsi perché smisero di cantare, tutti insieme, come un’orchestra che si interrompe alla prima nota storta. Il silenzio che lasciarono era così perfetto da sembrare composto, orchestrato da qualcuno che sapeva esattamente quanto doveva durare.
Ma non durò. Dal primo piano lo sfondò un fragore di tutt’altra natura: tonfi, scricchiolii, il lamento di un mobile trascinato sul pavimento, il colpo sordo di un ginocchio contro lo spigolo di un comodino, un’imprecazione soffocata dal sonno. Yglix si stava svegliando, e il suo risveglio aveva la grazia di una frana in un concerto di grilli.
«Yglix, apri la porticina del tuo covo!… dobbiamo festeggiare la nascita di un’idea… Presenze Arcane!»
La sua voce salì fino al primo piano e probabilmente oltre, fino a quel reparto celeste dove si archiviano le grida notturne degli artisti ubriachi di vino e di progetti.
Mentre Orio, col capo all’indietro, urlava verso la finestra illuminata, da cui giungeva un tramestio di mobili e oggetti spostati alla cieca, io, senza far rumore, spinsi la porta. Non era chiusa a chiave, e poi, da chi mai avrebbe dovuto difendersi Yglix? Dai grilli?
L’atelier era un’arca di pietra e memoria. Più che un laboratorio, sembrava un magazzino di reperti venuti da ere sconosciute, il tipo di posto che un archeologo ubriaco sogna di trovare e poi, da sobrio, nega di aver sognato. Dominava la presenza delle pietre, di varie pezzature, alcune enormi, e dalle grane più diverse: blocchi che parevano organi interni di montagne, sassi levigati dal fiume che Yglix aveva rubato all’acqua con la promessa di restituirli in forma migliore, lastre sottili come fette di pane tagliate da un gigante distratto. Sugli oggetti rifletteva una debole luce proveniente dal vano scale, sufficiente per rivelare le forme e lasciare il resto nell’atmosfera crepuscolare e primitiva, perfetto per Yglix, che in una stanza ben illuminata si sarebbe sentito nudo come un pesce sul bancone.
Tutto era ricoperto da una polvere chiara, simile a calce, ma con un odore acre di pietra scalfita. Restava sospesa nell’aria, come il pulviscolo che si solleva dopo il colpo d’uno scalpello, e si posava sulle cose come un sudario leggero. Ogni granello era il frammento di un taglio, il ricordo di una martellata. Se la polvere della latteria era un archivio di latte e abbandono, questa era un archivio di violenza amorosa: ogni particella era nata da un colpo inflitto con intenzione e con affetto, come il pugno del fornaio sulla pasta all’alba.
Nella mia mente la latteria di Poffabro e l’atelier di Yglix erano due magazzini complementari, due stomaci di uno stesso animale che digeriva il mondo in modi diversi. L’uno trasformava il latte in formaggio, l’altro la pietra in volti. Reggevano la scena e, senza rubarla, aprivano spazio alla vita e alla complessità delle sue vicende fondamentali: il cibo, il lavoro, il desiderio di ricondurre l’esistenza a significati profondi. La trasformazione continua di case, esseri, pensieri. Il persistere degli stessi elementi sostanziali.
Tra i blocchi e le sculture incompiute, percepivo occhi di pietra che mi osservavano. Non con ostilità, piuttosto con la pazienza inesauribile di chi aspetta da qualche millennio di essere finito e non ha fretta, perché la pietra non ha mai avuto fretta, e non intende cominciare adesso. E sopra di essi, sopra l’atelier, sopra Yglix e le sue creature incompiute, lo sguardo curvo e antico del tempo sorvegliava quel pugno di case chiamato Valdestali, come un pastore che non conta più le pecore perché sa che non andranno mai da nessuna parte.
Non li sentii arrivare. Orio irruppe come se stesse conquistando un fortino; Yglix scese la scala come un custode che, alla fine, decide di ammettere due intrusi a una cerimonia segreta. Erano riusciti a trovarsi, ciascuno a modo proprio, e adesso erano lì, uno enorme e ansimante, l’altro asciutto e perplesso, entrambi pronti senza sapere ancora per cosa.
Le luci si accesero una dopo l’altra, come se l’atelier stesso avesse deciso di partecipare al banchetto. Estraemmo i bicchieri dal cesto con la cura che si riserva a strumenti di precisione, e li riempimmo a turno con il nostro piccolo tesoro enologico. Poi venne il turno delle ricotte alle erbe, delle fette di salame affumicato al ginepro e alla vite, della polenta tagliata in larghi pezzi, dei formaggi stagionati che frusciavano al coltello. Una giostra di sapori e consistenze, aromi che si rincorrevano, retrogusti lunghi come certe giornate di montagna. Ogni boccone un colpo di scalpello, la conversazione la forma che affiora.
Presenze Arcane si stava nutrendo e cresceva. Come ogni creatura appena nata, aveva fame e non faceva distinzione tra latte e idee.
Fu inevitabile pensare di contagiare anche Giorgio della Valdifrina. Lo facemmo nel modo più logico e naturale: una telefonata nel cuore della notte. Del resto, secondo il Protocollo per il Reclutamento Notturno di Collaboratori Involontari, ogni progetto artistico ha diritto a un minimo di tre complici, e il quarto è raccomandato nei casi di evidente squilibrio tra quantità di vino disponibile e numero di bevitori presenti.
Dopo una serie di squilli a vuoto che avrebbero scoraggiato chiunque tranne un oste e un fotografo in stato di grazia, qualcuno dall’altro lato del filo alzò la cornetta ed emise delle parole difficilmente comprensibili, che con un po’ di buona volontà si potevano interpretare così:
«Ti ho riconosciuto e mi sto chiedendo, e allo stesso tempo ti sto chiedendo: perché disturbi così intensamente a queste tarde ore?»
«Infilati i pantaloni e vieni da Yglix… ci sono in ballo la latteria, le pietre, la luce, la fotografia, Orio e… Presenze Arcane… siamo in compagnia di meravigliose delizie friulane… Collio, formaggi di malga introvabili…»
Dal ricevitore arrivava un silenzioso respiro interlocutorio. Il tipo di respiro che in tribunale verrebbe classificato come «silenzio con premeditazione».
«C’è anche il formaggio salato tenero?» mi domandò.
«C’è.» risposi.
«Non mangiatelo tutto, arrivo subito.»
Feci cenno di conferma ad Orio e Yglix, mentre si concedevano una pausa di riflessione digestiva, quel momento sacro in cui il corpo chiede al cervello di tacere per qualche minuto e il cervello, per una volta, obbedisce. Presi carta e matita per annotare idee, fantasie, spunti e fissare le prime coordinate del progetto Presenze Arcane. La matita era morbida e la carta assorbiva bene: le condizioni ideali per un verbale che nessun tribunale avrebbe mai accettato come prova, ma che l’Ufficio per la Registrazione dei Progetti Concepiti Sotto l’Effetto di Vini Pregiati avrebbe archiviato con tutti gli onori.
Un quarto d’ora più tardi, il lamento sfiancato di una Panda si arrampicava lungo la strada, come un animale notturno richiamato dal profumo di ciò che lo aspetta. La riconoscemmo dal suono prima ancora di vederla: ogni Panda del Friuli ha la sua tosse, la sua artrite, il suo modo personale di lamentarsi delle salite, e quella di Giorgio aveva sviluppato nel tempo una specializzazione in rantoli melodrammatici.
Sullo slargo davanti alla dozzina di case che compongono Valdestali, la Panda si arrestò con un ultimo, rassegnato sussulto. I fanali si spensero di colpo, lasciando il borgo alla sua oscurità primordiale. Giorgio spalancò la portiera, ma rimase seduto al volante, immobile come una figura di pietra di quelle scolpite da Yglix. Non si capiva se stesse meditando, dormendo, o aspettando istruzioni da qualche ufficio superiore che rilascia i permessi per scendere dalle automobili nelle notti di fine inverno.
Dal laboratorio di Yglix, a pochi metri, lo osservavamo come tre bradipi abbandonati in una lenta estasi, un rapimento misto di vino e fantasticheria. Giorgio si strofinava la barba rossa, folta e ispida, con un gesto pensoso e ostinato, come se la chiave per svelare il mistero della notte fosse lì, tra i peli.
La luce dell’abitacolo lo mostrava nella sua placida noncuranza, come se per lui il mondo fosse sempre prevedibile, controllabile, quindi semplicemente da attraversare. Alla fine, si sollevò dal sedile e, con un balzo misurato da attore di teatro giapponese, scivolò fuori dalla Panda. La portiera si richiuse da sola, con la rassegnazione di chi ha capito che la serata non è ancora finita. La sua figura alta e magra si stagliò contro la notte e restò immobile, alimentando la nostra fiacca, già accesa dalle fantasie e dal vino.
È vero, mi chiesi, che la fantasia consuma più energia di qualsiasi fatica fisica? Forse è per questo che i veri artisti hanno bisogno di interminabili pause, come animali che si ricaricano alla luce di un sole che solo loro vedono.
La fiamma veloce del fiammifero, che Giorgio accese, illuminò la sua scomposta capigliatura rossa, tanto che per una frazione mi parve prendesse fuoco, come stoppia secca. Un altro cerino nella notte: la seconda fiammata del racconto, e nemmeno questa innocente.
Giorgio non attraversò la soglia, la occupò, con la naturalezza di chi entra in scena sapendo che il pubblico lo sta già guardando.
«Venite fuori, lo so che ci siete. Sento i vostri aliti putrescenti!»
«Giorgio, c’è il tuo formaggio salato tenero che ti aspetta. Non vede l’ora di essere inghiottito dalla tua nobile bocca!» risposi, ridendo.
Orio e Yglix si avvicinarono piano, confabulando fitto. Quando furono a venti centimetri dal viso interrogativo di Giorgio scattarono insieme: afferrarono il Rosso e lo sollevarono da terra. Per un istante rimase sospeso, fermo e stupefatto, come un bronzo tirato fuori dall’acqua. Poi, appoggiato alle loro braccia, prese la posa composta di una statua in processione, il vino come piedistallo.
«Abbiamo le Presenze Arcane, abbiamo le Presenze Arcane, e tu sei il nostro decodificatore informatico!» urlavano a squarciagola, e Giorgio sorrise a mezza bocca, con l’aria di chi sa già che dirà di sì e si sta già pentendo in anticipo, perché le conseguenze di un sì detto a quell’ora e in quelle condizioni sono di competenza esclusiva dell’Ufficio per i Pentimenti Prematuri, che lavora solo il giorno dopo e non accetta ricorsi.
Il Rosso era, davvero, un decodificatore informatico. Con i computer ci sapeva fare, ma soprattutto sapeva tradurre le fantasie degli artisti in cose che esistono: file puliti, stampe pronte, video che partono, cataloghi che stanno in piedi. Era l’uomo che trasformava il delirio in formato A4. Senza di lui le visioni di Orio sarebbero rimaste vapore, le sculture di Yglix non avrebbero mai avuto un catalogo, e i miei testi sarebbero ancora ammucchiati in una cartella con la scritta «urgente» datata 1991. Per questo finiva sempre arruolato, talvolta di malavoglia, spesso nel cuore della notte, in ogni progetto a trazione artistica. Il suo ruolo ufficiale, nell’organigramma che nessuno aveva mai scritto ma che tutti rispettavano, era Ministro della Concretezza in un governo di sognatori.
Conosceva a memoria i laboratori di grafica e fotografia del Friuli e del Veneto orientale, le tipografie affidabili e quelle d’emergenza, i fornitori che rispondono al telefono e quelli che bisogna andare a stanare di persona, e tutta la minuta filiera di chi fornisce servizi al mondo delle pubbliche relazioni. Dettaglio non marginale: sapeva ottenere sconti sostanziosi, con la calma dei competenti e l’ostinazione di chi fa quadrare i conti. I tipografi lo temevano e lo rispettavano, come si teme e si rispetta il cliente che conosce i prezzi meglio di te e non alza mai la voce.
Giorgio non guadagnava mai il becco di un quattrino per questi interventi; in compenso aveva le tasche traboccanti di gloria e, in questo momento, la bocca strapiena di formaggio salato tenero. Una condizione che l’Ufficio per la Retribuzione degli Artisti Involontari avrebbe giudicato del tutto conforme alle tariffe vigenti: gloria illimitata, compenso in latticini.
«Qual è la sciocchezza che avete escogitato per sbriciolare definitivamente la mia pazienza? Orio, so che ci sei dentro fino al collo, anzi c’è dentro anche tutta la testa…» disse il Rosso, facendosi trasportare verso la tavolata che, nel frattempo, si era imbandita da sola, come mossa da una volontà segreta: vini aperti, salumi già tagliati, pani profumati come mattine di primavera. Una tavola che nessuno ricordava di aver apparecchiato, e che probabilmente si era organizzata per conto proprio, stanca di aspettare che qualcuno prendesse l’iniziativa.
Ci sedemmo e Orio ci guardò uno per uno, come per fissare bene nella memoria i nostri singoli visi. Poi qualcosa cambiò nel suo respiro, e con un tono di voce sbiancato, parlò.
«La luce del vostro sguardo attira i miei pensieri… li porta, con l’inevitabile attesa, verso le ali degli angeli…» citò Rilke a memoria: «chi, s’io gridassi, mi udrebbe mai dalle sfere degli angeli?… e se pure d’un tratto uno mi stringesse al suo cuore: perirei della sua più forte esistenza… poiché del terribile il bello non è che il principio…» proseguì: «…l’inizio d’ogni questione è un abbozzo della luce che cerco, che trovo, che desidero… che ricordo… e si dilata dentro gli oggetti e all’interno degli esseri… come una vita dilettante, nel senso che non è professionista, e mai lo sarà… per quanto mi riguarda… propongo un brindisi!… alla salute delle gocce di pioggia… lacrime degli angeli… che rifrangono e frantumano la luce nelle singole lettere delle parole di un racconto che nessuno potrà mai ascoltare per intero!»
Il tintinnio dei bicchieri graffiò appena il silenzio, e subito dopo fu squarciato dal fragore improvviso di una pioggia fittissima, come un’orchestra liquida scesa dal cielo.
Restammo a bere e a mangiare e ad ascoltare l’impeto della pioggia. Orio si avvicinò alla finestra, dove l’acqua colpiva il vetro come un fitto linguaggio cifrato.
«La pioggia è una mia lontana parente.» Disse, e nessuno pensò di ridere.
Le gocce cadevano come Presenze Arcane venute a reclamare ogni cosa: fili d’erba, granelli di polvere, pietre, capelli, pensieri. Tutto era rivestito, sigillato da quell’acqua.
Progettammo, inventammo, ridefinimmo il mondo fino a poco prima dell’alba. Nessuno prese appunti, perché le cose dette in quelle ore non appartenevano alla carta ma all’aria, e l’aria quella notte aveva una memoria migliore della nostra.
Poi, come accade solo alle prime ore della primavera, la pioggia smise di colpo e la terra restituì odori acri e vivi. L’aria, fredda, aveva ancora un sapore d’inverno, e si posava sulle nostre teste come una carezza gelida, pulendo via il vino e lasciando soltanto il lampo lucido delle idee.
Scendemmo verso Poffabro, immersi in vapori opachi. Il sonno ci teneva per mano, ma l’altra mano era stretta alla dolcezza luminosa della bellezza appena concepita.
La notte stava cedendo, ma il buio persisteva, pesante e attraente come il ventre di una balena, e Poffabro vi galleggiava dentro, esattamente come agli albori della sua esistenza di pietra.
Come d’abitudine, uscii per controllare le porte dell’osteria, un pretesto, in realtà, per guardare ancora il cielo.
Dentro la viuzza a oriente dell’edificio, la bruma si apriva appena, come un respiro trattenuto da secoli. Vidi il treppiede, fermo come un arpione piantato nel fianco di una balena invisibile. Sopra, la macchina fotografica rivolgeva l’occhio unico verso il nulla, decisa a trafiggere ciò che il nulla custodiva.
Accanto, Orio, avvolto nel suo impermeabile chiaro che il vento gonfiava come la vela di una nave ancorata, trafficava con l’esposimetro come un marinaio con la bussola nel cuore di una bonaccia di stelle.
Chiuse gli occhi, e fu come se volesse vedere da dentro. Appoggiò le palpebre al mirino, e con un colpo secco premette lo scatto: il suono breve, metallico, parve un arpione che bucava il buio. O i buoi: quelli muti e immobili della notte, bestie nere e pazienti, incatenate alla luce che non concedono.
Poi si girò verso di me, e senza riaprire gli occhi, agitò il cappello nell’aria umida, come un saluto lanciato a una nave che scompare all’orizzonte.

NOTA
Quella notte, tra il vino, la pioggia e le fantasie, non sapevamo ancora che Presenze Arcane avrebbe davvero preso corpo. Nell’estate del 1995, a Poffabro, l’Associazione Culturale «Maciaroul» sviluppò quella pellicola impressionata nelle ore febbrili e la stampò in una mostra: le fotografie di Orio Del Mistro, le sculture di Yglix Rigutto, le poesie e gli scritti miei, di Amerigo, di Federico Tavan e di Vittorio Basaglia.
La piazza, le vie, le case si trasformarono in una grande camera oscura dove ogni angolo trovò la sua giusta esposizione: i Mitili FLK (quando ancora il nome era intero) suonarono la loro musica bellissima, il rock dei ragazzi di Maniago fece vibrare l’obiettivo delle pietre, e le note struggenti di Romano Todesco e dei suoi amici si fissarono come alogenuri d’argento negli angoli più ombrosi del borgo.
E poi, come un ultimo bagno di fissaggio, arrivò la benedizione di Armando Pizzinato.
In quel momento, Poffabro non era più soltanto pietra: era l’immagine perfettamente rivelata di se stessa.

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Ultimo aggiornamento: 27/08/2026

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