
Un’osteria chiamata La Cucagne
Nel marzo del 1985 era nato Eugenio, e io avevo deciso, con la leggerezza colpevole di chi non sa ancora cosa significhi tenere aperto un locale, di inventarmi oste. Conoscevo Poffabro per averci vagato più volte insieme a Marino, a Pit e a Laura, la madre di Eugenio, in cerca di paesi che il terremoto non avesse ancora del tutto riconsegnato all’oblio. Le case del borgo, di pietra e di legno, gli unici materiali che la montagna concede a chi la abita, avevano un’aria sospesa, come se il tempo lì si fosse fermato non per pigrizia ma per pudore.
C’è, in questa decisione, una contraddizione che solo ora, a distanza di quarant’anni, riesco a guardare senza vergogna. Sono, per natura, un uomo malinconico, di quella malinconia congenita che non ha bisogno di un lutto per giustificarsi, che è semplicemente il colore di fondo con cui guardo le cose. Sono, insieme, timido e spavaldo, una timidezza che si traveste da temerarietà proprio nei momenti in cui dovrebbe arretrare. E porto, sotto tutto questo, un desiderio quasi infantile di essere riconosciuto, di lasciare un segno che qualcuno, un giorno, sappia nominare. Fare l’oste, mestiere di soglia per eccellenza, era forse il modo più contorto e più sincero che avessi trovato per tenere insieme queste tre creature che mi porto addosso da sempre: dietro il bancone, la malinconia si travestiva da accoglienza, la timidezza da disponibilità instancabile, e il desiderio di essere visto trovava, finalmente, una tavola apparecchiata ogni sera.
L’osteria era chiusa da tempo. Il proprietario cercava qualcuno disposto a riaprirla, e io, senza sapere che in val Colvera i nomi finiscono in a e non in e, la battezzai La Cucagne: un piccolo errore ortografico diventato, con gli anni, marchio d’affezione più che svista. Inaugurammo nella primavera del 1986. Mia madre Antonietta era in cucina e ai fornelli, e fu attraverso lei, attraverso il rito quotidiano di impastare, tagliare, servire, che il paese cominciò lentamente ad accettarmi. Diceva Feuerbach, con una battuta che i tedeschi presero più sul serio di quanto lui stesso forse intendesse, che l’uomo è ciò che mangia: a Poffabro ho imparato che è vero anche il contrario, si diventa ciò che si dà da mangiare agli altri, e ogni piatto uscito da quella cucina era una lenta, ostinata richiesta di cittadinanza.
Non tutti aprirono la porta con lo stesso calore. Qualcuno, come accade in ogni comunità di montagna, guardava i forest con la diffidenza sospettosa riservata a chi arriva dalla pianura senza aver mai portato la legna. Non me ne dolevo. C’era, in quella ruvidezza, una forma di rispetto rovesciato: ti si giudicava sul lavoro, non sulle intenzioni dichiarate. E il lavoro, col tempo, parlò da solo. I clienti arrivarono da Pordenone, da Udine, perfino da Padova, da Vicenza, da Bologna, ma soprattutto dal pordenonese vicino, quello che sentiva Poffabro come una propria estensione segreta. Arrivarono anche le guide, Osterie d’Italia di Slow Food, I ristoranti di Veronelli, alcune pubblicazioni locali, piccole targhe di carta che certificavano, burocraticamente, quello che il paese aveva già deciso senza bisogno di moduli.
Perché di moduli, con gli anni, ce ne furono sempre di più. Chi ha gestito un locale sa che dietro ogni piatto servito si apre un ufficio invisibile, fatto di norme sulla sicurezza che cambiano ogni stagione, di autorizzazioni che scadono nel momento esatto in cui credi di averle finalmente comprese. Un ufficio senza impiegati visibili, ma con una porta che si richiude sempre un istante prima che tu riesca a entrarci con la pratica giusta. Chiusi La Cucagne nel 1995, non per stanchezza del paese, ma per quella stanchezza più sottile che viene dal rincorrere carte invece che clienti. Organizzai un ultimo pranzo, con gli amici diventati clienti e i clienti diventati amici, e lasciai Poffabro con la sensazione precisa, che solo più tardi avrei saputo nominare, di lasciare qualcosa che mi apparteneva più di quanto io fossi mai appartenuto a essa.
Di quegli anni ho scritto anche dei racconti, che dormono da tempo in un cassetto senza che io abbia ancora trovato il coraggio di bussare alla porta giusta di un editore. Ne ho fatto leggere le pagine a Luisa Gastaldo, poeta bravissima e amica di lunghissima data, l’unica forse a conoscere per intero il mio trascorso da cuoco improvvisato, e lei ha scritto una prefazione che mi ha commosso più di quanto avrei voluto ammettere. Le tavole che accompagnano quei racconti sono invece di Ennio Malisan, artista di una delicatezza rara, capace di restituire in un segno solo tutta la ruvidezza tenera di quel mondo. Il coraggio di cercare un editore, chissà, arriverà con lo stesso passo lento con cui, un tempo, arrivava la fiducia dei clienti di Poffabro: non chiesta, guadagnata.
Un paio d’anni or sono, dopo una camminata nella zona delle Pozze Smeraldine di Tramonti di Sopra, feci una capatina a Poffabro, quasi per caso, o forse per quella forma di caso che in realtà è sempre un richiamo. Incontrai Piero Abrami, il proprietario da cui avevo preso in gestione l’osteria quarant’anni prima, e con lui, in poche parole scambiate sulla soglia, rinacque quell’affetto appassionato per il borgo che credevo sepolto sotto lo strato spesso degli anni. Bastò poco, uno sguardo, un sorriso, per sentire che Poffabro non aveva mai smesso di abitarmi.
Sono passati più di trent’anni dalla chiusura dell’Osteria. Simone Weil scriveva che l’essere umano ha bisogno di radici, e le riceve attraverso una partecipazione reale, attiva e naturale all’esistenza di una collettività. Non sono nato a Poffabro, non ne parlo il dialetto con la disinvoltura di chi ci è cresciuto, eppure in quegli anni qualcosa di simile a una radice ha attecchito, storta e tenace come i larici della val Colvera. Questo sito è il tentativo, tardivo e imperfetto, di restituire quella radice al paese che me l’ha prestata: un omaggio a Poffabro, a chi lo abita, e a chi, come me per un tempo che oggi mi sembra insieme breve e sconfinato, lo ha abitato.
Un delfino di montagna
Poffabro, borgo di pietra, legno e silenzi
Racconti
C’è un oste, in questi racconti, che è anche narratore, ed è anche, inutile fingere altrimenti, l’autore stesso. Roberto Ferrari torna al paese dove ha vissuto dieci anni, dove ha cucinato e versato vino all’osteria La Cucagne, e lo fa nella doppia veste di chi ha vissuto quella storia e di chi ora la racconta: protagonista e testimone insieme, mai del tutto separati.
Sono racconti di ascolto, prima ancora che di scrittura. Le voci degli avventori, sollecitate da un bicchiere e da un oste che sa il mestiere di ascoltare, restituiscono un microcosmo di personalità forti, ostinate, a volte sconfitte ma mai piegate: uomini e donne che portano addosso la fierezza discreta di chi ha scelto di restare, o di chi non ha mai davvero potuto andarsene. Il paesaggio di montagna non è mai solo sfondo: le case, si legge in queste pagine, sono creature vive, e il silenzio che le abita è un personaggio a pieno titolo, non un vuoto, ma una presenza costante, la stessa che dà oggi il titolo a questa raccolta.
Il cibo e il vino attraversano ogni pagina come un filo conduttore naturale, quasi un secondo linguaggio: non decorazione, ma il modo con cui l’oste-narratore si prende cura di chi ha davanti, prima a tavola e poi sulla pagina. Accanto alle figure maschili che popolano l’osteria, emergono ritratti femminili tratteggiati con delicatezza, la vecchia Sunta, la complice e misteriosa Anna, la perduta Anuta, presenze che meriterebbero, come l’autore stesso ammette, un libro a parte.
Un delfino di montagna Poffabro, borgo di pietra, legno e silenzi è il primo libro di prosa di Roberto Ferrari, poeta già noto per una scrittura di impianto narrativo, qui alle prese con un registro nuovo: denso, sensoriale, capace di alternare l’ironia affettuosa alla malinconia, la digressione filosofica al ritratto icastico. Il titolo, cambiato in corso d’opera rispetto alla prima stesura, dice ormai con precisione ciò che il libro custodisce: una lunga lettera d’amore a un luogo e alla sua gente, scritta da chi in quel luogo ha imparato, prima di tutto, ad ascoltare.
Dalla prefazione di Luisa Gastaldo.