
Un nome che viene dal ferro
Poffabro sorge a 525 metri di quota, in Val Colvera, tra le Prealpi Carniche, frazione del comune di Frisanco, in provincia di Pordenone. Il nome stesso porta già dentro di sé un mestiere: deriva da Prafabrorum, “prato dei fabbri”, menzionato per la prima volta in una sentenza arbitrale del 1339; un documento del 1357 parla della decima di Pratum Fabri che il signore di Maniago lasciò in eredità al figlio. Ma la presenza umana in valle è più antica della prima carta che la registra: già nell’XI secolo gli archivi del vescovo di Concordia catalogavano tra i propri beni la parrocchia di Poffabro, e in epoca romana la valle era sfiorata da una via che, partendo dalla colonia militare di Julia Concordia, si inoltrava verso nord, attraverso le Alpi.
L’amministrazione medievale della valle riservava una curiosità che vale la pena di ricordare: Poffabro apparteneva al cosiddetto “Comunello di Casasola”, con proprie regole, ed era soggetto al feudo di Maniago, mentre Frisanco e Cavasso rispondevano al contado di Polcenigo, due giurisdizioni distinte a pochi passi l’una dall’altra, segno di una geografia del potere tanto frammentata quanto lo era, ed è ancora oggi, quella fisica della montagna. Sono i documenti a parlare, in questi secoli: il paese stesso, per lunghi tratti, tace.
I secoli, in breve
Nel 1663 la piccola chiesa campestre dedicata a San Nicolò ottenne piena autonomia dalla pieve di San Mauro di Maniago. Nel 1810, con decreto napoleonico, Frisanco divenne capoluogo della Val Colvera, aggregando Poffabro. Il secolo che seguì fu duro: nel 1873 le epidemie di tifo e vaiolo decimarono la popolazione della vallata, e nella seconda metà dell’Ottocento il borgo si spopolò ulteriormente per via dell’emigrazione. Solo nel 1888 fu aperta la prima vera via di comunicazione verso la pianura.
Poi, nel maggio del 1976, il terremoto del Friuli, il cui epicentro cadde a poca distanza, lasciò ferite profonde nell’abitato. Fu proprio a partire da quella distruzione, però, che iniziò un lavoro di ricostruzione che si trasformò in riscoperta: il recupero delle tecniche costruttive tradizionali, delle caratteristiche architettoniche della montagna friulana, di un’identità che rischiava di andare perduta insieme alle case. Le pietre locali, va detto, avevano retto: il sisma non riuscì a scalfire la struttura essenziale del borgo, come se la sua architettura contenesse, già in partenza, una forma di resistenza silenziosa, non una voce che si alza, ma una che semplicemente non cede.
Dal 2002 Poffabro fa parte del circuito dei Borghi più Belli d’Italia, primo in Friuli a ricevere questo riconoscimento.
Il paesaggio
La Val Colvera è incisa da uno stretto canyon che si apre poco oltre Maniago: la vecchia strada che percorreva la forra è stata sostituita da due gallerie moderne, superate le quali il paesaggio si allarga in una valle circondata da corpi montagnosi austeri e franosi, dominata dalla mole del Monte Raut. È una valle ai margini del Parco Naturale Dolomiti Friulane, segnata da un isolamento che ne ha determinato, insieme, la bellezza intatta e lo spopolamento. Il crollo demografico, qui, si può misurare in cifre: prima della Grande Guerra il comune di Frisanco, di cui Poffabro fa parte dal 1810, contava 3.385 abitanti; nel 1921 erano scesi a 3.285; con l’ondata di emigrazione che portò centinaia di poffabrini fin oltre l’Atlantico, nel 1939 se ne contavano già 800 nel solo New Jersey, la popolazione crollò a 2.039 nel 1931 e a 1.561 nel 1951. Oggi il comune conta circa 700 abitanti, con numerose case tenute a seconda residenza. Poffabro da sola ne conta poco più di 180: quasi un ottavo di quanti ne ospitava un secolo fa. Per buona parte dell’anno prevalgono silenzio e solitudine, un’atmosfera che sembra sospesa fuori dal tempo presente: il silenzio, qui, non è un vuoto da colmare, è una condizione del paesaggio stesso, tanto quanto la pietra e il legno che lo abitano.
Pietra, legno, e un’architettura che non chiede permesso
Non ci sono, a Poffabro, palazzi signorili o monumenti appariscenti da fotografare. La bellezza del borgo sta interamente nella sua architettura rurale spontanea: case di tre o quattro piani costruite in pietra locale, con ballatoi esterni in legno sostenuti da alti pilastri, tetti spioventi, vicoli acciottolati che si arrampicano senza un piano urbanistico prestabilito, seguendo solo la logica pratica di chi doveva viverci e lavorarci. È un’architettura nata dalla necessità più che dal disegno, ed è proprio in questa assenza di intenzione decorativa che si trova la sua coerenza estetica: una bellezza che non parla di sé, non si spiega, semplicemente sta lì da secoli, in silenzio.
Memoria e mestiere: l’ecomuseo di Carlin
C’è un capitolo della storia recente della valle che merita di essere raccontato per intero, perché dice qualcosa di preciso sul carattere di chi vi abita. Carlin, un anziano della Val Colvera nato nel 1912, ha dedicato oltre trent’anni della propria vita a ricostruire in miniatura, in scala 1:10, tutti gli edifici del borgo così come erano ai tempi della civiltà contadina: le abitazioni, il mulino, il battiferro, la chiesa, la fornace, la carbonaia, gli arredi dell’epoca. Un lavoro paziente, ostinato, portato avanti per decenni senza fretta, oggi conservato nell’ex latteria di Frisanco e gestito dal figlio con il supporto dell’Ecomuseo delle Dolomiti Friulane. Non è un aneddoto marginale: è forse la testimonianza più fedele di un tratto che attraversa la gente di questa valle, la stessa che ha ricostruito le case dopo il terremoto pietra su pietra invece di abbandonarle, una tenacia silenziosa, poco incline al gesto plateale, che si misura in anni più che in giornate.
Streghe, sabba e memoria orale
La Val Colvera conserva anche un’eredità meno tangibile ma non meno reale: quella delle leggende raccolte dagli inquisitori nei processi per stregoneria. Si narrava di incontri tra demoni animati dalla presenza di streghe provenienti, si diceva, proprio da Frisanco e da Poffabro, donne che di giorno assumevano sembianze rassicuranti e che di notte, in montagna, si riunivano in cerchio al Plan di Malgustà. Un piccolo valligiano di nome Mattia di Bernardone, secondo le testimonianze raccolte, vi sarebbe stato trasportato in sella a un caprone volante. Sono racconti che oggi appartengono al folklore, ma che testimoniano quanto la valle, isolata e severa, abbia sempre generato un immaginario denso, popolato di presenze ai margini del visibile, lo stesso immaginario che, secoli dopo, anima le mostre di presepi che a Natale animano le viuzze del borgo.
Il carattere di chi resta
Chi vive, o è tornato a vivere, in una valle come questa porta addosso i segni della scelta che ha fatto. Non è un luogo che si abita per caso: lo spopolamento ottocentesco prima, l’emigrazione del Novecento poi, hanno lasciato in valle chi ha scelto, o chi ha semplicemente deciso di non andarsene, una popolazione abituata alla misura, poco disposta all’esibizione, capace di attraversare mesi di silenzio senza che questo diventi un peso. È una gente che ha imparato a fare i conti con l’isolamento trasformandolo in cura del dettaglio, nella pietra come nelle relazioni: la stessa pazienza che ha tenuto insieme le case dopo il sisma si ritrova nell’accoglienza discreta, mai invadente, riservata a chi arriva da fuori, un’ospitalità che non ha bisogno di dimostrarsi.
Pietra, legno, silenzi: tre materiali della stessa costruzione. Il primo si tocca, il secondo si lavora, il terzo si abita, ed è forse il più difficile da imparare a vivere, ma anche il più necessario, per chi arriva a Poffabro cercando qualcosa che altrove non trova più.